Israele resterà impunito?

07 Giugno 2010: di Ultimo Crociato su primopiano, 665 letture
«Siamo stati picchiati dalla polizia, prima sulla nave dai militari e poi ancora poco fa all'aeroporto di Tel Aviv. Ci picchiavano se non ci sedevamo e dopo averci picchiati mandavano i medici a visitarci». In queste parole, il racconto terrorizzato del tenore Giuseppe Fallisi, 50 anni uno dei pacifisti italiani rapiti e poi rilasciati dagli israeliani a seguito dell'aggressione alla nave turca nelle acque internazionali alle prime luci dell'alba del 31 maggio. Dall'autopsia condotta sui cadaveri dei nove pacifisti turchi risulta che sono stati colpiti ben 30 volte ed alcuni freddati con colpi di arma da fuoco alla tempia da distanza ravvicinata. Un'esecuzione in piena regola. Ma al di là delle dinamiche e delle balistiche, ciò che emerge da questa intricata vicenda é l'interrogativo più importante: perché la marina israeliana ha deciso di usare la forza verso un convoglio umanitario che intendeva portare aiuti alla popolazione di Gaza vittima di un embargo imposto dal governo israeliano e condannato anche dall'ONU?

Il blocco sancito da Tel Aviv sin dal giugno 2007 ha messo in ginocchio l'economia della striscia di Gaza, determinando un'esplosione della disoccupazione e l'allargamento delle sacche di povertà alla stragrande maggioranza della popolazione. Si ricorderà la vasta eco che nel dicembre del 2008 suscitò l'operazione militare di Israele contro Gaza denominata "Piombo Fuso" e che fu pianificata almeno 18 mesi prima come riferito dal portavoce dell'esercito israeliano Avi Benayahou.

Ma perché l'aggressione israeliana ha riguardato in particolar modo una nave battente bandiera turca in acque internazionali e che, secondo le norme di diritto internazionale, costituisce a tutti gli effetti un territorio turco? Sembrano così lontani i tempi in cui la Turchia rappresentava il miglior alleato degli USA e di Israele. Durante la prima guerra del golfo, ad esempio, la Turchia musulmana mise a disposizione le sue basi per far partire i caccia statunitensi che bombardavano l'Iraq di Saddam Hussein. Sembrano anni ingialliti dallo scorrere del tempo anche i rapporti di cooperazione tra Turchia ed Israele sul fronte dell'approvvigionamento idrico e delle esercitazioni militari congiunte.

Il quadro internazionale oggi é mutato. E pochi analisti hanno osservato come qualche giorno prima dell'aggressione israeliana alla nave pacifista turca, il Brasile e lo stesso governo di Ankara avevano stipulato un accordo con l'Iran per lo scambio di uranio scarsamente arricchito con combustibile nucleare. E dopo la firma, il presidente iraniano Ahmadinejad - nemico pubblico numero uno di Israele - aveva invitato le potenze occidentali a rivedere la loro posizione sul programma nucleare di Teheran. Quell'accordo é stato salutato con estremo scetticismo proprio dagli USA che per bocca del sottosegretario di Stato, Hillary Clinton vi scorgeva esclusivamente una sorta di maquillage iraniano al fine di ingannare la comunità internazionale. Immediatamente riprendeva fiato il tema delle sanzioni a carico del'Iran. Il governo di Tel Aviv, dal canto suo non ha provveduto a rilasciare alcuna dichiarazione ufficiale anche se la stampa israeliana ha dovuto amaramente ammettere che l'accordo é da interpretarsi come un successo diplomatico iraniano ed un male per il governo d'Israele, sostenitore di una linea di estrema intransigenza nei confronti di Teheran.

Pochi osservatori hanno, allo stesso tempo, ricordato di sottolineare l'importante ruolo giocato dalla Turchia nel groviglio di intrecci internazionali in campo petrolifero e che ha anche lambito l'Italia da almeno un anno a questa parte. Occorre infatti sapere che nell'agosto del 2009 ad Ankara il presidente Russo Putin ed il primo ministro turko Erdogan siglarono un accordo nel settore del gas che dava il via libera Turco all'inizio dei lavori per il gasdotto South Stream nel mar Nero. Un progetto targato anche Italia in quanto nato da un'intesa Eni-Gazprom finalizzato a rifornire l'Europa del gas russo Alla firma era presente anche Silvio Berlusconi. Il gasdotto South Stream è stato considerato un diretto antagonista di quello Americano-Europeo, denominato Nabucco il cui presidente é Joschka Fischer: ex sessantottino “rivoluzionario”, poi divenuto verde-ambientalista, oggi membro del Council on Foreign Relations, la fondazione privata dei Rockefeller, che di fatto teorizza la politica estera americana.

Le relazioni tra Turchia ed Israele si sono poi ufficialmente incrinate nell'aprile 2010 allorché il premier turco Erdogan accusò Israele di essere di ostacolo per la pace in medio oriente. E che i rapporti tra i due stati si fossero incrinati seriamente lo dimostrano anche i festeggiamenti ed i cori da stadio inscenati da centinaia e centinaia di israeliani sotto l'amabasciata turca nelle ore immediatamente successive all'aggressione della nave pacifista. Sembrava di rivivere gli stessi drammatici momenti susseguenti all'assassinio del premier israeliano Yitzhak Rabin, nel novembre 1995 per mano di un estremista ebreo, Igal Amir il cui gesto fu accolto addirittura con entusiasmo dai coloni ebrei e dai rabbini più oltranzisti e contrari ad ogni ipotesi di pace con i palestinesi. D'altronde come dimenticare che la stessa Hamas venne segretamente finanziata da Israele per indebolire l'OLP di Arafat e non avere un interlocutore definito credibile al fine di far cadere ogni tentativo di pace stabile e seria?

Sta di fatto che a seguito dell'attacco israeliano alla nave turca l'opinione pubblica internazionale ha condananto l'aggressione isolando politicamente e mediaticamente la condotta di Tel Aviv. Nel corso della seduta del Consiglio dei diritti dell'uomo dell'Onu e nella quale é stata adottato una risoluzione che chiede una «missione di inchiesta internazionale» sul blitz delle forze israeliane, solo Italia, Usa e Paesi Bassi hanno votato contro. Per la verità la posizione italiana appare insostenibile basandosi su di un ragionamento poco credibile: «L'Italia ha votato contro il testo della risoluzione perchè ritiene Israele uno Stato democratico in grado di condurre un'inchiesta credibile e indipendente» é stata la giustificazione dell'Italia. Sarebbe come consentire a Totò Riina ed a Giovanni Brusca di condurre autonomamente un'inchiesta sulle stragi di mafia.

Per la verità c'é da rimarcare che in questi anni il governo sionista di Israele ha sempre potuto operare al limite della violazione di ogni norma di diritto internazionale non rispettando una caterva di risoluzioni ONU. Nei confronti di Israele l'opinione pubblica mondiale ha sempre nutrito un atteggiamento di sotteranea tolleranza giustificata dagli abusi che gli ebrei hanno subìto nel corso del secondo conflitto mondiale. Ogni critica all'azione di governo israeliana veniva immediatamente stoppata da presunti pregiudizi razziali e da non meglio specificati rigurgiti di antisemitismo. Stavolta, però, anche da parte israeliana si sono levati voci di dissenso nei confronti di una scellerata ed inconcludente politica eccessivamente "muscolosa" e non possono essere etichettate come ascrivibili a cenacoli "neonazisti" atteso che l'artista ebreo-sefardita di fama internazionale Moni Ovadia ha definito l'aggressione israeliana alla nave di pacifisti turchi in acque internazionali come «atto di pirateria militare» frutto di una «cecità psicopatologica» del governo israeliano che continua in un'operazione di «asfissia economica di Gaza e della ultraquarantennale occupazione militare delle terre palestinesi, segnata da una colonizzazione perversa ed espansiva che mira a sottrarre spazi esistenziali ad un popolo intero».

Sempre molto duro e senza mezzi termini é lo scrittore israeliano David Grossman il quale arriva a definire l'azione compiuta da Israele come «un atto criminale» a sua volta inquadrabile come naturale «continuazione del prolungato e ignobile blocco alla striscia di Gaza».

C'é chi ha anche osservato che l'azione da commando di Israele é stata compiuta nei confronti di un paese facente parte della NAto e che l'articolo 5 del trattato internazionale dispone che le «parti convengono che un attacco armato contro una o più di esse in Europa o nell'America settentrionale sarà considerato come un attacco diretto contro tutte le parti, e di conseguenza convengono che se un tale attacco si producesse, ciascuna di esse, (...) assisterà la parte o le parti così attaccate intraprendendo immediatamente, individualmente e di concerto con le altre parti, l'azione che giudicherà necessaria, ivi compreso l'uso della forza armata (...)». Al successivo art. 6 viene definito cosa si intende per attacco armato: «(...) contro il territorio di una di esse in Europa o nell'America settentrionale, contro i Dipartimenti francesi d'Algeria contro il territorio della Turchia (...)».

A questo punto c'é solo da attendere che la diplomazia faccia il suo corso senza cedimenti o timori reverenziali verso chicchesia. Amaramente, però occorre constatare che in Terra Santa (perché Santificata dalla nascita e dalla predicazione di NS Gesù Cristo) le sorti dei cristiani sono davvero difficili essendosi ridotti ad una minoranza a sua volta stretta nella morsa degli estremisti musulmani e di quelli israeliani.

di Gianvito Armenise

Azione e Tradizione


fonte : Azione e Tradizione