La storia di un tragico ribaltone

07 Giugno 2010: di Claudio Antonelli su primopiano, 681 letture
Dalla lontana Asuncion, Paraguay, ho ricevuto un disco CD con “la storia inedita del ribaltone del settembre 1943 a Fiume e zone adiacenti”. L’autore, Luciano Benzan, mi annuncia che il contenuto del CD verrà edito, tra non molto, in un libro.

L’8 settembre 1943: data fatidica dell’armistizio dell’Italia con le potenze fino allora sue nemiche, e del capovolgimento nei confronti anche dei tedeschi fino allora suoi alleati e tramutatisi istantaneamente in nemici. È il “Ribaltone” come l’hanno sempre chiamato i miei genitori, profughi istriani, e come lo chiama anche Luciano Benzan, fiumano.

Fiume, città amatissima, occupa il centro di quest’opera. Anzi ne è il cuore. Un cuore sanguinante, se mi si permette quest’immagine che non è teorica e romantica ma semplicemente veritiera, per la tragica sorte toccata alla “città di D’Annunzio” divenuta Rijeka paesone slavo.

L’8 settembre 1943 e le altre date ben note dell’“Italia nata dalla Resistenza” indicano giorni che non significano assolutamente la stessa cosa per tanti italiani, Giorgio Napolitano in primis, e per l’esule Luciano Benzan, che vive ad Assuncion nel lontano Paraguay. Benzan, 81 anni, è un “italiano all’estero” per usare la terminologia consacrata. In realtà Benzan è qualcosa di più: è un esule fiumano. È un figlio di quella città, Fiume, la cui identità storica italiana di cultura, di passione, di destino è stata spazzata via per sempre, a causa delle tremende vicende della seconda guerra mondiale di cui l’8 settembre appare l’epitome cupa e dolorosa. Data quest’ultima quindi non degna certo di proclamazioni trionfalistiche e di celebrazioni, perché bandiera listata a lutto di una guerra civile e di una sconfitta militare che si tradussero nella perdita del bene più prezioso che possa esistere per i Benzan e per gli altri italianissimi abitanti di quelle terre, privati per sempre della loro piccola patria e andati esuli per il mondo.

Comunque si interpretino i passati avvenimenti, ossia l’Armistizio e la Liberazione, le parole di Napolitano, celebranti ogni volta quelle date, risvegliano in molti di noi, originari delle terre del confine nord-orientale, un senso di lutto e di perdita, poiché le sue parole esaltano le tragica guerra civile da cui l’Italia intera uscì sconfitta, ed evocano la disfatta militare da cui uscì amputata delle terre del confine nord-orientale.

Immaginate ora l’eco funesto che tali celebrazioni possono suscitare in un uomo come Benzan, rimasto vigile sull’ultima trincea dell’amor patrio, col cuore, con la memoria, con lo spasmodico desiderio che tutti sappiano dell’iniquo tradimento, del “Ribaltone”, che apportò a noi esuli di quelle terre tanti lutti.

In quest’opera, Luciano Benzan all’inizio non è stato solo. Ma adesso lo è, poiché gli altri che lo avevano accompagnato nell’arduo lavoro sono tutti morti.

Solo dopo queste chiarificazioni si potrà capire l’impeto ansioso di Benzan di testimoniare affinché si sappia la verità. E in questa sua ansia di verità Benzan rifiuta le spiegazioni semplici che lui giudica pure apparenze, attratto sempre dalle cause nascoste, dai retroscena, dai piani prestabiliti, dal disegno globale. Ciò è il prodotto dell’ossessione di chi sa che le versioni ufficiali degli avvenimenti di quel tempo abbandonano - relegandoli nel buio della pieghe di una storia parziale e partigiana - fatti, personaggi, luoghi che invece continuano a vibrare nei petti ormai vecchi dei testimoni diretti, sempre più radi, di quei tremendi giorni.

Claudio Antonelli (Canada)