Omaggio a Robert Brasillach





Omaggio a Robert Brasillach
Come mai Léon Blum sopravvisse e Laval fu fucilato?

Questa ricerca vuole essere un omaggio a Robert Brasillach, fatto fucilare dal traditore De Gaulle, disertore e ribelle alle decisioni della Assemblea Nazionale, che aveva votato i pieni poteri al maresciallo Pétain per stipulare un armistizio col Terzo Reich. Nel film “L’ultimo metrò” Brasillach, critico teatrale di “Je suis partout”, viene regolarmente calunniato. Questo film ha però il merito di presentare i Pompieri e le maschere teatrali ebrei contraddistinti dalla stella gialla, e questo fino alla liberazione di Parigi nell’agosto 1944. La stella gialla del resto, era stata imposta nella stessa Germania nel giugno del ’42. Lascio al lettore trarre le conclusioni. Mi ha sempre lasciato di stucco il caso di Léon Blum, il capo del Fronte Popolare del ’36, bellicista dei più forsennati, di quelli che avevano portato la Francia al disastro. Dopo cinque anni di guerra e l’occupazione tedesca della Francia, ecco Léon Blum venire a testimoniare contro Pétain e Laval. L’ ottantenne Maresciallo, il salvatore della Francia a Verdun, solo grazie al suo passato fu condannato al carcere a vita, e il disgraziato Laval, l’amico dell’ Italia fascista, fucilato…
Che c’entra questo con la Shoah? C’entra, perché è disgustoso quello che sta accadendo. Dopo sessantacinque anni aumenta in progressione geometrica il numero di libri sula Shoah, tutti scritti da sopravvissuti. Ci hanno imbastito su un mercato così infame, che anche chi come me non è disposto a fare di tutti gli Ebrei un fascio, ne resta disgustato. Non si può entrare in una libreria senza essere sommerso da libri sulla Shoah, e più ne scarti più te ne vengono addosso. Ma tutti questi sopravvissuti sono da detrarre dai favolosi sei milioni?
Non dite che sono un fanatico, ma se “stermino” l’hanno definito, ebbene sterminio ha da essere. Io ho dichiarato mille volte d’esser fascista e non nazista, anzi detesto quegl’imbecilli che, per atteggiarsi a duri e puri, avvalorano l’interpretazione sterminazionista della Shoah. L’ho detto mille volte che i Tedeschi ebbero la mano pesante, e soprattutto non fecero distinzione, mentre distinguere è segno di saggezza. La politica nazista, erede del vecchio nazionalismo pangermanista, tradì l’Ordine Nuovo Europeo e trascinò i fascismi europei nel disastro. Non lo dico io, beninteso, lo disse Drieu nel ’44: “La politica tedesca si è dimostrata incapace di trasformare la vecchia guerra di conquista in una guerra rivoluzionaria”. Drieu si suicidò, Brasillach e molti altri finirono fucilati come collaborazionisti. Ma questa è un’altra storia. Il disgusto che assale in libreria è causato dall’indegno mercato che sulla pretesa Shoah i troppi sopravvissuti hanno impiantato. L’altro giorno ho letto su un risvolto di copertina: ”Noi che non mangiavamo carne di maiale, vedevamo i nostri bambini infornati vivi.” In questi casi il “pregiudizio” antiebraico, per quanto ci si sforzi di respingerlo, si rafforza: questo popolo è portato all’iperbole: iperbole nel vittimismo e iperbole nella presunzione. L’Alleanza con Dio è un’ iperbole imperdonabile, ed è logico che gli altri popoli non gliela perdonino.
Ma ritorniamo sui nostri passi: non tutti gli Ebrei sono dei fetenti come il sunnominato Léon Blum. Vediamo cosa ne pensava Julien Benda, l’autore de “La trahison des Clercs (Il tradimento degli intellettuali)”: “Il mio ingresso alla Revue Blanche non ebbe alcun ruolo sul mio sviluppo spirituale. Nessuno dei corifei che vi incontrai ebbe su di me un forte influsso. Devo tuttavia spendere una parola su uno di essi, che avrebbe avuto un eminente destino politico: Léon Blum. La sua mancanza di raccoglimento, di severità intellettuale, la sua ignoranza del dubbio, la sua attitudine a pronunciarsi senza tentennamenti sugli argomenti più diversi e più scottanti, la sua certezza della necessità del suo giudizio, del suo protettorato, la sua convinzione dell’infallibilità di Jaurès e del genio di Porto-Riche (Georges de Porto-Riche, autore ebreo di “Amoureuse”, pièce licenziosa rappresentata all’ Odéon), il suo atteggiarsi a grande pensatore presso i banchieri ignoranti come i direttori della Revue Blanche, i Nathanson (che il maggiore, Alessandro, sia stato un amministratore piuttosto rapace, è attestato da numerosi collaboratori, tra cui Jules Renard), la sua convinzione di giocare un ruolo letterario giudicando di operette o di vaudevilles, il suo bisogno di successo immediato tutto ciò me lo rendeva antipatico. Tuttavia ammiravo ciò che i suoi scritti avevano di intelligente o di meschino, la sua incapacità di ancorare il suo pensiero a qualcosa di duraturo, il suo difetto di temperamento, d’ inventiva, la sua scrittura al bianco d’uovo. Mi rappresentava ciò che Nietszche chiama l’uomo riflesso.”
E’ d’uno scrittore antisemita questo ritratto di Blum? No, Julien Benda è ebreo: sopravvivrà anche lui alla guerra, perché Ebreo francese, di quelli che Laval s’era fatto carico di proteggere. Ma di Pierre Laval, di quell’ abominevole collaborazionista cosa scrive Léon Blum? Ecco: “Conoscevo Laval familiarmente da 25 anni e più, e credevo di conoscerlo bene. Egli era stato modesto prima, e questa modestia non era del tutto ipocrita. Egli sembrava scusarsi anzitutto della sua riuscita Io so il poco che sono, sembrava dir, ma, che volete farci? Ho avuto fortuna, forse ci ho saputo fare… Di fronte a uomini, dei quali apprezzava il valore, la cultura, la dignità del carattere, egli affettava, non senza gentilezza e perfino non senza humor, delle arie di deferenza e di subordinazione… Ora non senza stupore scoprivo un altro uomo.
Una boria incredibile gonfiava la sua piccola persona. Egli lanciava con voce secca e sguardo irritato verdetti e ordini senza replica: - Io faccio… io voglio… io rifiuto… - Egli si atteggiava visibilmente al personaggio del despota e credeva di tenere la Francia nelle sue mani. La sua maniera di fare aveva qualcosa di buffonesco, perché rivelava la laidezza meschina, bizzarra e quasi ripugnante della sua persona. Ma aveva anche qualcosa di spaventoso. Era difficile prenderlo sul serio, ma si poteva prenderlo sul tragico… Egli parlava, parlava ancora, con quel suo tono basso, il suo sguardo umile e crudele, e quell’accento d’Alvernia, cantante, che manteneva volgarmente alla fine delle frasi...”
- Ma come si permette Léon Blum di parlare con tale disprezzo d’un uomo politico della statura di Laval? – direte voi… Ebbene, non avete capito nulla: egli appartiene al Popolo eletto! Dall’alto del suo metro e 90, Léon Blum, che si vanta d’avere il più bel naso greco di Francia (ricordate, voi antisemiti, che il popolo ebraico era formato da 12 tribù, di cui alcune probabilmente indoeuropee!), Léon Blum giudica il nemico vinto con la supponenza e la tracotanza tipiche del suo popolo. Ma chi era questo disgraziato Laval (1883- 1945), questo “goi” che aveva tentato di salvare il salvabile dal disastro in cui i bellicisti avevano gettato la Francia? Primo Ministro dal 27-I-1931 al 20- II-1932; dal 7-VI-1935 al 24-I-1936; dal 18-IV-1942 al 20-VIII-1944… Militante socialista dal 1905. Nel 1914 eletto deputato nelle liste della SFIO. Nel 1923 comincia a virare verso destra, presentandosi nel ’24 come socialista indipendente e battendo il candidato della SFIO. Nel ’25 ha il suo primo incarico nel governo presieduto da Paul Painlevé. Nel ’26 è ministro della Giustizia con Aristide Briand. Nel ’27 viene eletto senatore. Cerca alleanze antitedesche con Mussolini e Stalin. Incontra Mussolini a Roma e conclude un accordo che concede all’Italia libertà d’azione in Abissinia in cambio d’aiuto alla Francia in caso di aggressione tedesca. Intesa Laval-Hoare in favore dell’Italia, a causa della quale è costretto alle dimisioni il 22-VI- 1936. Da allora si dedica ad attività imprenditoriali e mediatiche, di cui si serve contro il Fronte Popolare guidato da Léon Blum.
Seguiamolo nei suoi misfatti il disgraziato Laval: il 12 VII 1940 egli è vice- primo ministro, mentre Fernand de Brinon viene delegato dall’Assemblea Nazionale a trattare la resa. “Alla vigilia della riunione, il 3 VII, la distruzione della flotta francese a Mers-el-Kebir da parte degli Inglesi serve a meraviglia i disegni di Laval”, commenta il malevolo biografo di Blum. Egli però non può fare a meno di notare: “Ma il 3 luglio, quando L’Assemblea Nazionale votò tutti i poteri a Pétain, Blum tacque. Per paura? Non lo crediamo. Resta il fatto che il silenzio di Léon Blum quel giorno, anche se fosse stato fisicamente imposto, fa male.” Con quale coraggio nel ’45 Blum deporrà contro Laval e il vecchio Maresciallo?
Il 22 X 1940 all’incontro di Montoire Laval ottiene che vengano mitigate le condizioni di resa imposte alla Francia. La collaborazione coi Tedeschi è una fatale conseguenza. Il 27 VII 1941 viene ferito in un attentato. Il 18 IV 1942 succede come primo ministro a Darlan. Intanto nel luglio 1940 era stata istituita la Suprema Corte di Giustizia per processare i responsabili della guerra e della disfatta. Léon Blum è arrestato il 15 IX ’40 e rinchiuso nel castello di Bourassol. Processato e condannato insieme a Daladier, Reynod, Gamélin, Mandel, Jouhaux ed Herriot, viene trasferito al forte di Portalet fino all’aprile del ’43, quando viene consegnato ai Tedeschi. Due ufficiali delle SS lo prelevano a Bourassol e lo conducono a Bouchenwald.
“E’ Pierre Laval che lo ha consegnato, è lui il responsabile!”, scrive il solito biografo: “Blum incarnava ciò che i nazisti odiavano di più al mondo, perché era un socialdemocratico e un ebreo”, egli scrive, ma poi ci fa sapere che Laval ha messo Blum sotto la protezione delle N.U. e degli Alleati. Blum passa due anni in mano alle SS, in un baraccamento vicino al quartiere degli ufficiali, al limite esterno del campo. Il lettore di oggi, leggendo Buchenwald rabbrividisce, immagina tutto un fumare di forni in azione dall’alba al tramonto, file interminabili di ebrei nudi incamminati alle camere a gas, un infierire dei kapò a scudisciate contro i ritardatari, perché quei poveri nazisti non arrivino col gas alla gola a infornare il seimilionesimo ebreo all’ ultimo minuto…
Nulla di tutto ciò! Il biografo c’informa che il locale è ben riscaldato, che Blum, Gamelin e Daladier hanno raggiunto Reynod e gli altri condannati. “Essi, che la vita pubblica aveva visto avversari, diventano amici, possono scambiarsi libri, idee, giocare a bigliardo. Blum può lavorare [ivi scrive l’opera “A l’ échelle Humaine], dispone d’una radio e riceve la stampa. Quella della Collaborazione s’intende.” Certo, su di loro pende la spada di Damocle (della Resistenza!): le loro vite risponderanno per quelle di Pétain, di Laval, di Bousquet, di Barthelemy, di Gabold. Il 28 giugno vene assassinato dalla Resistenza Philippe Henriot, carismatico oratore e membro della Milice.
Che succederà? “I prigionieri temono che Darnand, capo della Milice, esiga delle vittime in cambio. Il governo tedesco, forse sotto la pressione di Brinon, aveva deciso di restituire gli ostaggi alla Francia. Laval tergiversa, poi rifiuta… Solo Mandel è consegnato.” Il 3 aprile 1945, “sotto scorta delle SS, Léon Blum partì con la moglie e dopo un mese di peregrinazioni si ritrovarono in un albergo del Tirolo italiano presso il lago di Braies, dove il 4 maggio arrivarono gli Americani”. Gli ufficiali delle SS, il cui motto era “Il nostro onore si chiama fedeltà”, avevano scrupolosamente portato a termine il loro compito di mettere in salvo l’ebreo Léon Blum [n. del traduttore]!


Giuseppe A. Spadaro





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Ultimo Crociato , 09 Febbraio 2010, ore 13:36
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