Il giorno della memoria

27 Gennaio 2009: di Alberto Maietta su primopiano, 1117 letture

Oggi, 27 gennaio, come ogni anno, si celebra “Il Giorno della Memoria”, ossiala giornata in commemorazione delle vittime del nazismo e del fascismo,dell'Olocausto e in onore di coloro che a rischio della propria vita hanno protetto i perseguitati.
Prima di andare avanti, ammetto la mia mal-disposizione in proposito: trovo odiosa la discriminazione che l'umanità compie addirittura nella morte. Ma, è risaputo, la storia è scritta dai vincitori, i quali hanno deciso che i due milioni di donne, vecchi e bambini tedeschi lasciati morire di fame, di freddo e di malattie – dopo la fine delle ostilità - non meritano alcun ricordo; che i saccheggi, gli stupri, le uccisioni perpetrate dai soldati Alleati non sono una vergogna; che Dachau, Dresda, Hiroshima, Nagasaki non fanno parte della barbarie; che la seconda guerra mondiale è stato uno scontro tra il bene ed il male, ed essi erano il bene.
Ammetto anche che trovo ripugnante l’idea che un certo grado di violenza vendicatrice fosse inevitabile e forse persino giustificata. Come tutti dovrebbero sapere, le spaventose crudeltà inflitte dai nostri e giusti eroi andarono decisamente oltre l’immaginabile.
Noi oggi ricordiamo l'orrore dei campi di concentramento del Terzo Reich, ma pochi sanno che parecchi di questi rimasero operativi anche dopo la fine della guerra, riempiti questa volta di prigionieri tedeschi, molti dei quali perirono in maniera miserevole.
Noi oggi condanniamo la schifosa pretesa di superiorità di una razza nei confronti di un'altra, insulsa premessa che conduce dritti al mostro del genocidio, ma pochi sono a conoscenza dei piani di sterminio che prevedevano di affamare, sterilizzare e deportare la popolazione sopravvissuta al bombardamento del proprio paese.
La disumanità di cui la guerra è portatrice ammorba, senza distinzioni, vincitori e vinti. Patetici sono i tentativi di giustificazione, ignobili le distinzioni tra vittime innocenti. L'uccisione di un essere inerme, sia esso ebreo, tedesco, palestinese, namibiano, etiope, italiano, albanese, marocchino, nigeriano, russo, islandese, o di qualunque altra parte del globo, non ammette alcuna attenuante. È nella memoria degli incolpevoli che trova senso la ricerca della verità. Ed è sempre la loro memoria ad essere offesa – benché i silenti complici legislatori sostengano esattamente l'opposto - dalle repressioni giudiziarie contro la libera ricerca storica e la libertà di opinione e di espressione. Mi riferisco ovviamente alle norme cosiddette antinegazioniste presenti nell'ordinamento giuridico di molti stati.Perché non è ammesso trattare l'Olocausto come un qualsiasi altro evento storico: esso è l'evento centrale di una religione (come la consegna a Mosè delle Tavole della Legge o come la nascita di Cristo).
Tra l'altro, stiamo parlando della sola religione rimasta nell'occidente. La sola che pretende ed ottiene un culto pubblico ed obbligatorio. La sola che punisce chi non crede in essa: l'agnosticismo non è consentito. Ogni “revisione” che indaghi realmente la storia, mirando ad accertare come andarono le cose, è un'eresia. L'unica religione che costringe ancora all'abiura o condanna al carcere i suoi increduli. Mette all'indice, espone al pubblico ludibrio, addita i nemici.
Addirittura non basta credere che l'Olocausto ci fu. È vietato anche proiettarlo sullo sfondo della immensa tragedia del secolo ventesimo; non si può accostarlo ai sei milioni di polacchi morti, ai 22 milioni di sovietici fra cui 7 milioni di civili uccisi nella guerra, ai 300 mila cosacchi che si arresero agli inglesi e che furono da loro consegnati a Stalin - uomini, donne e bambini massacrati fino all'ultimo, ai tedeschi vittime della punizione collettiva – principio tribale, arcaico - che abbiamo prima ricordato, alle 500 mila anime giapponesi spazzate via con due sole bombe.
No.
Perché questi sono "fatti" profani.
I sei milioni di ebrei (non uno di più, non uno di meno) non sono un fatto indagabile: sono storia sacra, un atto di fede nella religione della Shoah.
Religione che, come tutte le religioni:
- ha i suoi grandi sacerdoti: Elie Wiesel, Simon Wiesenthal...
- ha i suoi profeti: Shimon Peres, Benjamin Netanyahu...
- ha i suoi comandamenti e dogmi: «Mai più», «Sei milioni»...
- ha i suoi rituali: il Giorno della Memoria, i pellegrinaggi ad Auschwitz...
- ha i suoi santuari e templi.
Per quanto concerne il Dio adorato, ci torneremo più avanti.
Prima, però, sia chiara una cosa: io non sono uno storico, né possiedo le conoscenze approfondite necessarie per esprimere un'opinione circa le teorie revisioniste.
Io non so se è vero che non esiste alcun documento scritto riguardo lo sterminio degli ebrei.
Io non so se è vero che non c'è alcuna traccia materiale della presenza di camere a gas nei campi di concentramento.
Io non so se è vero che non esiste prova alcuna delle uccisioni di massa dei detenuti nei lager tedeschi.
Io non so se è vero che la presunta confessione di Rudolf Höss, comandante di Auschwitz, è stata ottenuta sotto tortura.
Io non lo so se è vero tutto questo. Ma se lo sapessi non potrei scriverlo, né comunicarlo, né pensarlo: dovrei anzi dissociarmi da me stesso per evitare il rogo della Eletta Inquisizione.
So con certezza, però, che i caratteri “razziali”, ammesso che esistano, sono insignificanti; e che qualsiasi argomento teorizzante la superiorità di una razza piuttosto che di un'altra costituisce solo un abominio intellettuale e morale, che conduce per sua stessa natura all'orrore.Se quella guerra avesse avuto un senso – se può, una guerra, avere un senso - avrebbe insegnato questa semplice verità. Ed invece basta notare come l'ossessione per la purezza etnica - che trascina al divieto di mescolarsi agli “altri”, che porta all'apartheid, che instrada verso il disprezzo dei “diversi” - accomuni intimamente nazismo e sionismo, le ideologie fondanti del Terzo Reich e del Regno di Sion, per affermare senza tema di smentita che quel sangue versato non ha lasciato traccia nella coscienza dell'uomo.Haim Cohen, che fu giudice della Corte suprema d'Israele, constatò: «L'amara ironia della sorte ha voluto che le stesse tesi biologiche e razziste divulgate dai nazisti e che hanno ispirato le infamanti leggi di Norimberga, servano di base alla definizione dell'ebraicità in seno allo Stato d'Israele» (Joseph Badi, “Fundamental Laws of the State of Israel”, New York 1960, pagina 156).In effetti al processo dei criminali di guerra a Norimberga, nel corso dell'interrogatorio al "teorico" della razza, Julius Streicher, la questione venne sollevata:«Nel 1935 al Congresso del Partito di Norimberga sono state promulgate le "leggi razziali". Al momento della preparazione di questo progetto di legge, siete stato interpellato e avete partecipato in qualche modo all'elaborazione di queste leggi?».L'accusato Streicher risponde: «Sì io credo di avervi partecipato nel senso che da anni scrivevo che bisognava impedire in futuro ogni contaminazione del sangue tedesco con il sangue ebraico. Ho scritto degli articoli su questo argomento e ho sempre ripetuto che avremmo dovuto prendere a modello la razza ebraica o il popolo ebraico. Nei miei articoli ho sempre sostenuto che gli ebrei dovevano essere considerati come un modello per le altre razze, perché essi obbediscono a una legge razziale, la legge di Mosè, che dice: "Se andate in un paese straniero, non dovete prendere una donna straniera"; ciò, signori, è d'importanza fondamentale per giudicare le leggi di Norimberga. Sono queste leggi ebraiche che sono state prese a modello. Quando, secoli più tardi il legislatore ebreo, Esdra constatò che, nonostante ciò, molti ebrei avevano sposato delle donne non ebree, quelle unioni furono spezzate. Questa fu l'origine dell'ebraismo che, grazie alle sue leggi razziali, è sopravvissuto nei secoli, mentre tutte le altre razze e tutte le altre civiltà sono state annientate».Fonte: Tribunale Militare Internazionale di Norimberga, 14 novembre 1945 - 1 ottobre 1946: dibattito del 26 aprile 1946, “Trial of the Major War Criminals”, Washington, 1946-1949, XII, doc. 321
La sintonia ideologica, innegabile, portò una minoranza ben organizzata di sionisti a sollecitare ed a proporre patti di alleanza con il Führer, benché la maggioranza del popolo ebraico si fosse dichiarata in guerra con la Germania nazista agli inizi del 1935, e nonostante già due anni prima membri della comunità avessero scomunicato il regime hitleriano, astenendosi da qualsiasi commercio di materie provenienti dalla Germania.Basti in proposito menzionare il memorandum che il 2 giugno 1933 la Federazione Sionista di Germania rivolse al NSDAP:«Nella fondazione del nuovo Stato, che ha proclamato il principio della razza, noi desideriamo adattare la nostra comunità a queste strutture... La nostra coscienza della nazionalità ebraica ci consente di instaurare relazioni chiare e sincere col popolo tedesco e la sua realtà nazionale e razziale... Poiché anche noi siamo contro i matrimoni misti e per mantenere la purezza del gruppo ebraico... crediamo nella possibilità di relazioni leali tra gli ebrei coscienti della loro comunità e lo stato tedesco (...). La propaganda per il boicottaggio (commerciale) attualmente diretto contro la Germania è essenzialmente non-sionista».
Rapporti documentati e circostanziati di cui pochi storici sono all'oscuro, ma sui quali la grancassa mediatica tace. E quando dà segni di vita, è solo per strepitare accuse di antisemitismo, razzismo, nazismo, fascismo e ogni altra accusa possibile e immaginabile. Si è arrivati all'assurdo di bollare come antisemiti addirittura gli stessi ebrei che scelgono di non tacere, di interrogarsi sulla propria storia, sul proprio passato e sul proprio presente.Il motivo è semplice: «Israele ha il diritto di processare altri, ma nessuno ha il diritto di mettere sotto processo il popolo ebraico e lo Stato di Israele» (Ariel Sharon, primo ministro, 25 marzo 2001, BBC Online).Ecco il Dio cui abbiamo prima accennato che si manifesta: Israele stessa.
Il popolo eletto da Dio che si erge a suo stesso Dio.
Gilad Atzmon spiega benissimo tale religione, in cui il fedele osservante adora se stesso: gli ebrei adorano «l’Ebreo», in quanto soggetto di sofferenza infinita che avanza verso la propria auto-redenzione. Marc Ellis, teologo ebraico, coglie nel segno; «La teologia dell’Olocausto», dice, «comporta tre temi che sussistono in tensione dialettica: sofferenza e liberazione, innocenza e riscatto, unicità e normalizzazione».
L’Ebreo posto nel ruolo centrale dentro il suo proprio universo ego-centrico. È ovvio che Dio resti fuori dal gioco: è stato licenziato perché ha fallito la sua missione storica, non era lì a salvare gli ebrei.
Nella nuova religione, l’Ebreo diventa il nuovo Dio, al di là del bene e del male.
Nello stesso tempo, l’Olocausto funziona come interfaccia ideologica e funge da giustificazione a qualsiasi azione politica.
«Ogni volta che un capo di Stato comincia una visita in Israele, non lo si porta in una università, in un centro di ricerca tecnologica o in un luogo dell’alta cultura; lo si obbliga a incontrare la realtà israeliana con la visita a Yad Vashem. Non è il modo di battezzare la gente a un incontro con l’ebraismo. È un ricatto emotivo, che dice alla gente: ecco cosa ci avete fatto, dunque tacete...» (Avraham Burg, da un'intervista al “Time”, 1 gennaio 2009)
E i vili tacciono, chiudono gli occhi di fronte alle atrocità commesse nel nome della divinità contemporanea. Volgono indifferenti lo sguardo altrove da più di mezzo secolo, si tappano le orecchie per non udire vomiti come questi:
«Dobbiamo usare il terrore, l’assassinio, l’intimidazione, la confisca dei terreni e il taglio di tutti i servizi sociali per liberare la Galilea dalla sua popolazione araba» (David Ben-Gurion, maggio 1948. Da “Ben-Gurion, A Biography”, di Michael Ben-Zohar, Delacorte, New York 1978).
«Dobbiamo espellere arabi e prendere i loro posti» (David Ben-Gurion, 1937. Da “Ben Gurion and the Palestine Arabs”, Oxford University Press, 1985).
«Non esiste qualcosa come un popolo palestinese. Non è che siamo venuti, li abbiamo buttati fuori e abbiamo preso il loro Paese. Essi non esistevano» (Golda Meir, dichiarazione al “The Sunday Times”, 15 giugno 1969).
«Come possiamo restituire i territori occupati? Non c’è nessuno a cui restituirli» (Golda Meir, marzo 1969).
«I palestinesi sono bestie con due zampe» (Menachem Begin, primo ministro di Israele 1977-83, davanti alla Knesset, citato da Amnon Kapeliouk, "Begin and the Beasts", New Statesman, 25 giugno 1982).
«I palestinesi saranno schiacciati come cavallette... le teste spaccate contro le rocce e i muri» ( Yitzhak Shamir, primo ministro in carica, in un discorso ai «coloni» ebraici, New York Times, 1 aprile 1988).
«I palestinesi sono come coccodrilli, più carne gli dai e più ne vogliono» (Ehud Barak, primo ministro all’epoca, 28 agosto 2000. Riportato dal “Jerusalem Post”, 30 agosto 2000).
«Se pensassimo che anziché 200 morti palestinesi, 2 mila morti ponessero fine alla guerriglia in un colpo solo, useremmo molta più forza…» (Ehud Barak, primo ministro, citato dalla “Associated Press”, 16 novembre 2000).
«C’è un abisso tra noi e i nostri nemici: non solo in capacità ma in moralità, cultura, decenza di vita e coscienza. Sono i nostri vicini, ma è come se non appartenessero al nostro continente, al nostro mondo, ma a una diversa galassia» (Moshe Katsav, presidente di Israele, al “Jerusalem Post”, 10 maggio 2001).
«Noi dichiariamo apertamente che gli arabi non hanno alcun diritto di abitare anche in un centimetro di Eretz Israel... Capiscono solo la forza. Noi useremo la forza senza limiti finché i palestinesi non vengano strisciando a noi» (Rafael Eitan, capo dello Stato Maggiore di Tsahal, citato da Gad Becker in “Yedioth Ahronot”, 13 aprile 1983).
«È dovere dei leader israeliani spiegare all’opinione pubblica, con chiarezza e coraggio, alcuni fatti che col tempo sono stati dimenticati. Il primo è: non c’è sionismo, colonizzazione o Stato ebraico senza l’espulsione degli arabi e la confisca delle loro terre» (Ariel Sharon, allora ministro degli Esteri, in un discorso tenuto davanti ai militanti del partito di estrema destra Tsomet – “Agence France Presse”, 15 novembre 1998).
«Ciascuno deve darsi una mossa, correre e arraffare quante più alture possibile per espandere gli insediamenti, perché tutto ciò che prendiamo adesso rimarrà nostro... Tutto ciò che non arraffiamo andrà a loro» (Ariel Sharon, stesso discorso di prima).
Come ce ne si può rendere conto, non si tratta di pazzi estremisti isolati, ma di personalità importanti che hanno ricoperto a Sion ruoli di primo piano.
Affrontare la verità è questione che divide in due gli uomini.
Oggi, 27 gennaio, come ogni anno, si celebra “Il Giorno della Memoria”, ossia la giornata in commemorazione delle vittime del nazismo e del fascismo, dell'Olocausto e in onore di coloro che a rischio della propria vita hanno protetto i perseguitati. Ma oggi, 27 gennaio 2009, sia l'occasione per condannare lo sterminio di Gaza, il massacro di un intero popolo, il disprezzo per la vita umana ad opera dell'esercito israeliano. Sia l'occasione per chiedere di processare Israele per crimini contro l'umanità. Sia l'occasione per ricordare le angherie e le vessazioni subite da esseri umani innocenti, per interrogarsi sulla violenza delle esecuzioni di genitori palestinesi davanti agli occhi dei propri figli, per piangere i bambini dilaniati dalle bombe, per provare ad immaginare la fame e la sete cui un milione e mezzo di persone è stato costretto. Sia l'occasione per urlare al mondo che nulla – neppure un ordine impartito da Dio in persona - può giustificare il diniego dell'esercito eletto alla richiesta della Croce Rossa Internazionale di soccorrere i feriti.Invece che un vuoto esercizio di retorica ed una futile adorazione di giudei, costituisca un'opportunità per cogliere le analogie fra gli eventi risalenti a più di 60 anni fa e quelli perpetrati oggi dall'unico Stato dove la cittadinanza viene concessa su basi razziali (è israeliano solo chi può dimostrare di avere madre ebrea).In queste ore si rifletta silenziosamente sul destino delle centinaia di bambini e giovani di Gaza atrocemente sfigurati da bombe concepite apposta per provocare mutilazioni, e sul loro triste futuro, in una società che non possiede (è stata rasa al suolo) certo i mezzi per assicurare ai suoi invalidi una vita decente nei giorni a venire. E si chieda perdono.Questo giorno sia di incitamento a vegliare affinché la storia non si ripeta tragicamente ed a rammentare l’obbligo, che compete ad ogni generazione, di denunciare gli orrori che avvengono durante il proprio tempo.
Gaza è l'orrore del nostro tempo, e noi non siamo capaci di dircelo.
Shemà, Israel!Hai fatto una strage di bambini e hai dato la colpa ai loro genitori dicendo che li hanno usati come scudi. Non so pensare a nulla di più infame. A distanza di una generazione in nome di ciò che hai subito, hai fatto lo stesso ad altri: li hai chiusi ermeticamente in un territorio, e hai iniziato ad ammazzarli con le armi più sofisticate, carri armati indistruttibili, elicotteri avveniristici, rischiarando di notte il cielo come se fosse giorno, per colpirli meglio. Ma 688 morti palestinesi e 4 israeliani (purtroppo il numero è aumentato, ndr) non sono una vittoria, sono una sconfitta per te e per l'umanità intera. Ascolta Israele! Io non rinnego la mia storia, la storia della mia famiglia, che è passata dalla Shoah. Però rinnego te, lo Stato di Israele, perché hai creduto di poter far valere il credito della Shoah per liberarti del popolo palestinese e occupare la sua terra. Ma non è così che vanno le cose, non è così la vita. Il popolo di Israele deve vivere di vita propria e non vivere della morte altrui. Ascolta Israele! Io non rinnego la mia storia, la storia della mia famiglia che è passata dalla Shoah, ma io oggi sono palestinese. Io sto dalla parte del popolo palestinese e della sua eroica resistenza. Io sto con l'eroica resistenza delle donne palestinesi che hanno continuato fare bambine e bambini palestinesi nei campi profughi, nei villaggi tagliati a metà dai muri che tu hai costruito, nei villaggi a cui hai sradicato gli ulivi, rubato la terra. Sto con le migliaia di palestinesi chiusi nelle tue prigioni per aver fatto resistenza al tuo piano di annessione. Ascolta Israele! Non ci sarà Israele senza Palestina ma potrà esserci Palestina senza Israele, perché il tuo credito, ormai completamente prosciugato dalla tua folle e suicida politica, non era nei confronti del popolo palestinese che contro di te non aveva alzato un dito, ma era nei confronti del popolo tedesco, italiano, polacco, francese, ungherese e in generale europeo; ed è colpevole la sua inazione. Ascolta Israele, ascolta questi nomi: Deir Yassin, Tel al-Zaatar, Sabra e Chatila, Gaza. Sono alcuni nomi, iscritti nella Storia, che verranno fuori ogni qualvolta si vedrà alla voce: Israele.

nb.per una svista avevo riportato solo il sito dove lo avevo letto,mi scuso per l'errore!


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