Obama, l'uomo nuovo dell'alta finanza

20 Gennaio 2009: di Pantaleo su primopiano, 1423 letture
Ai poveri illusi filo-obamiani della politica nostrana, non basterebbe molto per individuare e conoscere le intenzioni di quest'uomo, tanto in politica interna quanto in politica estera. Si sa, i candidati atlantici, prima di ogni elezione, sono soliti ricevere sostegni e regali: regali apparentemente immotivati, quasi inspiegabili. A dire il vero, da diversi anni, da moltissimi anni, i generosi donatori e sostenitori sono sempre i soliti nomi "mai troppo noti" (anzi, solitamente abilmente in grado di restare in disparte e lontano dalle luci dei riflettori mediatici). E' così che dall'apparente innocenza di questo afro-americano integrato e 'self-made', spuntano fuori amicizie "impensabili" e connivenze peculiari. Chi può dire di conoscere George Soros e la sua storia personale? Non molti. Per i più informati e per i più malfidati (che solitamente alla fine ci prendono), è facile già comprendere la portata di un tale nome; per i meno ferrati in argomento, basti pensare che questo magnate dell'alta finanza è forse uno degli uomini più potenti e pericolosi degli ultimi trenta anni. Ai più ultimamente noto per il suo poi rientrato interesse di acquisto del pacchetto societario della A.S. Roma, Soros, facoltoso ebreo ungherese, è costantemente nel backstage di ogni operazione finanziaria di portata mondiale. Noi italiani, dovremmo ricordarcelo bene, al largo del Porto di Civitavecchia, a bordo del Panfilo Britannia, nel 1992, mentre supervisionava gli allora finanzieri Prodi, Tremonti, Padoa Schioppa e compagnia mercantile, impegnati nella svendita del patrimonio industriale nazionale alle multinazionali estere. Sempre pronto ad eseguire e ordinare svendite e privatizzazioni, si è col tempo consolidato nel mondo come icona "umanista e filantropa", con il malcelato obiettivo di favorire la globalizzazione e la progressiva scomparsa degli Stati nazionali. Profondamente influenzato da Karl Popper, suo insegnante, e sostenitore di una libera e globale economia di mercato che sia al contempo “equa e solidale” (mi domando come sia possibile, nda) è passato fondamentalmente alla storia per il Mercoledì Nero del 16 settembre 1992, giorno nel quale Soros divenne improvvisamente famoso quando vendette allo scoperto più di 10 miliardi di dollari in sterline, approfittando della riluttanza da parte della Banca d'Inghilterra sia di aumentare i propri tassi di interesse a livelli confrontabili con quelli degli altri paesi (il Sistema Monetario Europeo) sia di lasciare il tasso di cambio della moneta fluttuante. Alla fine, la Banca d'Inghilterra fu costretta a far uscire la propria moneta dallo SME e a svalutare la sterlina, e Soros nel processo guadagnò una cifra stimata in 1,1 miliardi di dollari. Da quel momento fu conosciuto come "l'uomo che distrusse la Banca d'Inghilterra". Andando avanti, giunge voce di un altro nome importante tra i promotori pesanti della candidatura di Obama. Parlo di Zbigniew Brzezinski, ebreo polacco, illustre politologo. E qui la paura fa proprio 90, perchè oltre a conoscerlo indirettamente nell'ambito della questione russa, quale supporter delle rivolte pilotate in Georgia e Cecenia in funzione anti-Putin, sappiamo di trovarci di fronte al co-fondatore della Trilateral Commission (un organismo economico transnazionale dai poteri decisionali spaventosi… roba che il G8 è una partita di briscola al confronto…) già Segretario di Stato sotto la presidenza di Jimmy Carter e autore di "The Grand Chessboard" (tradotto: “La grande scacchiera”), un piano per la conquista mondiale ad opera degli Stati Uniti in cerca delle ultime risorse energetiche rimaste sulla Terra. Le sue recenti posizioni di critica nei confronti di quello che lui definisce “l’eccessivo conservatorismo ebraico che censura ogni critica allo Stato israeliano”, lo hanno messo in luce quale persona dalle visioni moderate ed aperte. Una nuova e sospetta veste – questa – che sicuramente cozza e molto con il suo atteggiamento politico da sempre “estremista” e occidentalista, in politica estera. Quello che preoccupa in questo contesto è che l’establishment di Obama ha imbarcato ben quattro suoi figli: Mark Brzezinski (direttore degli Affari russi ed eurasiatici al Consiglio della Sicurezza Nazionale sotto il Presidente Bill Clinton ed uno dei principali promotori della rivoluzione arancione del 2004 in Ucraina); Ian Brzezinski (attualmente Vice Segretario di Stato aggiunto per gli affari NATO ed europei e sostenitore dell'indipendenza del Kosovo, dell'espansione della NATO in Ucraina e Georgia e dei missili ABM in Polonia); Mika Brzezinski, commentatrice politica alla MSNBC autrice dell’intervista a Michelle Obama grazie alla quale il candidato afro-americano ha inaugurato la sua raccolta di simpatie trasversali, e Matthew Brzezinski, amico strettissimo di Ilyas Akhmadov, "ministro degli esteri" ed ambasciatore negli USA dell'opposizione cecena. Abbiamo per di più sentito parlare il neo presidente Obama in proposito di un ventilato ritorno della cosiddetta N.I.R.B. (la National Infrastructure Reinvestment Bank). I più ferrati in storia americana, si ricorderanno questo piano economico-finanziario quale volano della politica "etica" da parte del vecchio Partito Democratico di Franklin Delano Roosvelt, che intese promuovere (almeno sul piano prettamente teorico) un progetto di "welfare generalizzato e diffuso nella società". Quello che Barak Obama non precisa è che con quelle parole, fa netto riferimento alla più recente versione corretta e rivista (potremmo pure dire, stravolta) di quel piano. E con ciò mi riferisco al piano Rohatyn-Rudman e al progetto N.I.C. (National Investment Corporation). Ritroviamo infatti Felix Rohatyn magicamente fra i sostenitori del presidente neo eletto. Ma chi è Felix Rohatyn? Si tratta anche in questo caso di un banchiere, e di un enorme speculatore internazionale, noto e passato alla storia anzitutto per aver foraggiato all’epoca l’orribile regime cileno di Pinochet, con cui il Cile fu “punito” per l’onestà del suo Presidente Allende, autore di fondamentali nazionalizzazioni energetiche. Ma Rohatyn è pure conosciuto, in secondo luogo, e più recentemente, per un episodio nello specifico, tra i molti che lo vedono coinvolto: il fallimento dell’azienda Delphi Corporation, all’epoca leader nel settore della componentistica meccanica. Dagli atti del Tribunale Fallimentare del distretto meridionale di New York risulta che è sua la responsabilità diretta del piano di delocalizzazione della grande impresa della componentistica dell'auto Delphi Corporation, con la conseguente rovina dei posti di lavoro adeguatamente retribuiti e garantiti dai contratti sindacali. Dai documenti risulta che la Rohatyn Associates e la Rothschild Inc., ambedue rappresentate personalmente da Felix Rohatyn, avviarono l'affossamento della Delphi e la sua “globalizzazione tramite fallimento”, come fu definita il 24 aprile del 2005 dal settimanale Business Week e come denunciato dal senatore democratico Lyndon La Rouche, che propose un piano di nazionalizzazione di una parte dell’industria dell’automobile, per salvare i dipendenti e mantenerne vivo il prestigio industriale, in opposizione a quello che definì come il pericolo di un nuovo sinarchismo, proprio attraverso la figura di Felix Rohatyn, con la creazione di nuovi regimi politici fantoccio che in qualche maniera favoriscano l’alta finanza. Ovviamente l’accusa di La Rouche risente anche di un alone fantapolitico chiaramente di parte e probabilmente forzato nella sua interezza generica, ma resta indiscutibile che nella specifica situazione, questo piano di delocalizzazione e chiusura per fallimento della Delphi è un precedente terribile, un caso emblematico a livello internazionale, che ha messo in moto fallimenti e chiusure nel settore dell'auto e in altri comparti industriali. Henry Reichard, il capo della delegazione sindacale recentemente scomparso, lo ha definito “la fine dell'auto” e delle classi medie americane. Assieme a George Schultz (altro finanziere britannico), Rohatyn si è fatto tra l’altro promotore, nella prima metà del 2007, di una campagna per portare il sindaco di New York, l'ebreo americano Michael Bloomberg, alla Casa Bianca, cercando di opporlo ad Hilary Clinton e a La Rouche, che in quel periodo parevano i candidati democratici favoriti per le presidenziali, nonché i più ferrei sostenitori di un ritorno al piano roosveltiano del "forgotten man", letteralmente dei “dimenticati”. Si trattava di una serie di provvedimenti volti a favorire lo sviluppo sociale di quella enorme fetta di popolazione rimasta fuori dai vantaggi dell'industrializzazione ed emarginata rispetto alle sacche di ricchezza. Questo piano di impronta spiccatamente socialista non deve essere piaciuto alla grande finanza, tanto da agitarne i pescecani per fomentare una pressione fortissima sulla scelta delle candidature. Con Bloomberg alla Casa Bianca, indubbiamente gli interessi dei potenti finanzieri sarebbero stati messi al sicuro. Evidentemente però, il crescente distacco dell’elettorato dagli ambienti neo-con e repubblicani in genere, e l’insoddisfazione nei confronti di Bush a causa delle drammatiche guerre prolungate, e dell’enorme crisi economica che ha investito gli Stati Uniti negli ultimi diciotto mesi, costituivano un’arma elettorale dal potenziale enorme per i democratici. Dunque, per questi magnati deve essere stato molto più semplice puntare a piazzare un “proprio” uomo in quel Partito: un uomo che dovesse superare in maniera non certo agile la folta concorrenza. Un uomo che sapesse conquistare in poco tempo la fiducia della gente, in maniera trasversale. Come? Puntando sulla apparente freschezza e novità, puntando sull’originalità, puntanto sulla spettacolarizzazione ancor più esasperata della propaganda. E chi, meglio di un uomo giovane, di colore, affermato avvocato, padre di famiglia, e perfetto emblema di quel mondo globalizzato e livellato verso cui stiamo velocemente andando, poteva raccogliere in sé tutti quei requisiti?

Articolo di Andrea Fais, on line su www.controventopg.splinder.com