Crisi interna e rischio scissione Prc

12 Gennaio 2009: di Lucio Garofalo su primopiano, 599 letture
La crisi e la frattura che si sono determinate all'interno del Prc irpino e, più in generale, su scala nazionale, sembrano essere approdate ad un livello addirittura drammatico ed insanabile, prossimo ad un'inevitabile e dolorosa scissione interna. Tuttavia, nulla avviene casualmente, per cui è d'uopo sollecitare una riflessione il più possibile onesta, serena e rigorosa per provare ad indagare e comprendere le ragioni di questa deriva storico-politica.
Il fatto che si sia ridotti a rimpiangere la vecchia gestione maraiana della segreteria provinciale del Prc, è un motivo di amara delusione, un segnale a dir poco allarmante. E' un dato oggettivamente inquietante che denota lo sfacelo morale e politico prodottosi nel partito, il livello di arretratezza e degrado in cui è precipitato il Prc in provincia di Avellino, a causa soprattutto (ma non solo) dei metodi cinici e spregiudicati adottati nella gestione interna. Sistemi di direzione oltremodo arrogante e personalistica che rasentano e riproducono gli schemi dell'autoritarismo stalinista e, in taluni casi e circostanze, hanno superato persino le pratiche di nepotismo e favoritismo di marca demitiana.
A leggere alcuni commenti sembra di capire che le fratture e le lacerazioni interne, le contraddizioni e le lotte intestine al Prc siano da attribuire alla semplice e mera "cattiveria" umana. Vale a dire all'"imbarbarimento" degli animi, all'involuzione e all'abbrutimento delle coscienze e dei comportamenti dei singoli compagni, alla crescente e diffusa malvagità interiore, all'aberrazione etico-morale di alcune individualità.
In tal guisa sono state trascurate, oppure omesse e ignorate del tutto, le correlazioni con altri fattori causali, da ricondurre a processi di natura più vasta e complessa, insiti nei rapporti tra le forze sociali e materiali che si collocano nell'attuale sistema politico, economico-affaristico e strutturale che fa capo al capitalismo non solo nazionale ma globale. Tali equilibri di forza hanno sicuramente a che fare con la corruzione e la degenerazione ideologica e pratica in senso opportunistico di numerosi quadri dirigenti del Prc, fino a farne un partito non più di classe, non più rivoluzionario (se mai lo è stato), ma un organismo, nella migliore delle ipotesi, di tipo democratico-progressista, illuminista-borghese e radical-chic.
Può anche darsi che sia avvenuto qualcosa di simile a quanto è accaduto in passato a formazioni politiche ben più importanti e di massa: si pensi alla socialdemocrazia tedesca e ad altri partiti socialisti della II Internazionale, che tradirono la causa del proletariato internazionale per aderire passivamente alle scelte e agli interessi dalle borghesie imperialiste e guerrafondaie che portarono all'esplosione della prima guerra mondiale. Oppure si pensi al Partito Comunista Italiano, corrotto e snaturatosi sin dai tempi di Togliatti in virtù di un processo degenerativo in senso burocratico-verticistico, e trasformatosi alla fine in una forza interclassista, subalterna al potere democristiano, addirittura conservatrice che ha contribuito ad arginare le lotte più avanzate ed emancipatrici sorte dal 1968 in poi, soffocando le spinte propulsive esercitate all'interno del movimento operaio, sindacale e politico italiano.
Tali esperienze storiche hanno svelato la matrice e l'origine individualistico-borghese dell'opportunismo che si insinua come un virus all'interno dei movimenti e delle lotte delle classi operaie e lavoratrici, all'interno delle organizzazioni politiche del proletariato, per deviarle e dirigerle verso posizioni non più rivoluzionarie e classiste, bensì addomesticate e imborghesite.
Mi rendo conto che il mio linguaggio e il mio ragionamento potranno risultare anacronistici, ma credo che l'analisi più corretta e più valida da proporre sia esattamente quella che ho provato ad introdurre nel dibattito. Inoltre, non va dimenticato che il virus dell'opportunismo, "malattia senile del comunismo", si camuffa in maniera subdola, presentandosi anche attraverso i sintomi di un presunto e millantato rinnovamento teorico-culturale, persino lessicale e terminologico, del "vecchio armamentario ideologico e linguistico" dei comunisti. Si pensi al revisionismo ideologico di E. Bernstein ai tempi della II Internazionale, oppure all'odierno revisionismo teorico e parolaio di personaggi ambigui e discutibili quali Bertinotti & soci.
Naturalmente, il mio contributo non vuol essere per nulla esaustivo delle cause che hanno condotto all'attuale disastro locale e nazionale, che ha segnato l'eclissi totale della cosiddetta "sinistra radicale" all'interno dello scenario politico parlamentare, quale risultato finale di un processo storico di deriva e di crescente marginalizzazione e subalternità politico-culturale del Prc ai poteri egemoni e dominanti all'interno della società italiana.

Lucio Garofalo