Mito dell'america in Pavese e Vittorini

28 Novembre 2008: di Claudio Antonelli su primopiano, 1216 letture
IL MITO DELL’AMERICA IN PAVESE E VITTORINI



"Pavese, Vittorini e gli americanisti: il mito dell’America" di Claudio Antonelli. Bagno a Ripoli (Firenze): Edarc, 2008. 254 p.

www.edarc.it

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-Come mai la scelta di questo tema?



Nel corso dei miei studi all'Università McGill di Montréal per l'ottenimento di un dottorato di ricerca, il cosiddetto Ph.D, feci una scoperta sorprendente: tutto quanto la critica, alla quasi unanimità, ripeteva da anni in Italia circa il significato della passione per gli States nutrita da Vittorini, Pavese, Pivano, Pintor e dagli altri americanisti, non era per nulla corroborato dalle fonti da me esaminate, tra cui, in primo luogo, gli scritti consacrati all’America di questi autori.



-Ma qual è quest'interpretazione del « sogno americano » che lei contesta nel suo libro?



La critica nella quasi totalità ha voluto fare di questo fenomeno di filoamericanismo letterario durante il ventennio fascista la prova inequivocabile di una militanza antifascista o per lo meno di una fronda antiregime. I critici affermano che i nostri americanisti cercarono nel Nuovo Mondo i valori della democrazia, dell'impegno sociale e dell'antifascismo.

Si è voluto ignorare che l'antiamericanismo non fu un atteggiamento costante nell'Italia fascista, e che non sempre chi avversò gli Stati Uniti amò il fascismo, e viceversa. Il "sogno dell'America" è un mito articolato e sfaccettato, in cui i valori di democrazia, ai tempi del gangsterismo trionfante, dell'italofobia contro i nostri emigrati, e della segregazione « de facto » dei negri, non erano certamente i valori più evidenti.

Nessun critico, a quanto mi risulta, ha voluto approfondire e trarre le dovute conseguenze dalla genesi particolare della passione americana di questi americanisti-traduttori, che è di natura soprattutto letteraria. I nostri americanisti ricercarono in America, sì, un'atmosfera di libertà, ma non in termini di libertà di sistema di governo, bensì di libertà creativa e di linguaggio. L'America, inoltre, appariva loro come il mondo della modernità e dell'esotismo, sorta di schermo magico potevano proiettare « ad libitum », da lontano, i propri sogni di evasione e di avventura.



-Cosa dicevano Vittorini e Pavese, allora, sull'America?



Con accenti straordinariamenti simili, dell'America essi esaltavano la potenza e la modernità, vedendola come un Paese che indicava l'inevitabile strada alle altre nazioni. Insomma ne esaltavano i valori universalistici e direi imperialistici.



-Qual è secondo lei il significato più profondo del mito americano in questi autori?



La radice letteraria del mito dell'America in Pavese e Vittorini, questi intellettuali-traduttori che non misero mai piede negli Stati Uniti, dà una coloritura molto particolare al loro sogno d'oltreoceano. Voglio poi accennare ad un significato sorprendente che l'America ebbe per entrambi: quello di paese sensuale e violento. Un capitolo del mio libro è intitolato, appunto: "L'America come sensualità e come violenza".



-Il mito dell’America, che lei esamina in questo libro, appartiene un po’ al passato, visti i grandi cambiamenti intervenuti, dall’epoca di Pavese e Vittorini, in questo Paese...

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Il mito dell’America continua ancora oggi, nonostante i tanti cambiamenti avvenuti in questi ultimi anni, e culminati nell’elezione alla presidenza di Barack Obama, un afroamericano. La nomina di Obama conferma infatti un elemento primordiale del mito, che è l’idea di un « paese nuovo, terra della libertà, del movimento, della rigenerazione, della mescolanza di razze », per riprendere le parole del mio libro. La « modernità », ovvero la capacità di entrare nel futuro, superando i condizionamenti e le nostalgie del passato, continua ad essere la molla più potente dell’America.