Il petrolio nella morsa neoliberista

25 Febbraio 2008: di Antea su primopiano, 596 letture

Il greggio torna a macinare record. Dopo una breve sosta degli speculatori internazionali, i grandi attori del settore sono tornati a scommettere a danno della collettività. L’oro nero ha così toccato i 100,27 dollari al barile, un nuovo record storico che ormai non stupisce più nessuno. Le dinamiche che stanno dietro ai rialzi, ai più sconosciute, fanno però parte di un meccanismo che tiene sotto scacco l’economia mondiale.
Secondo l’opinione comune, l’attuale impennata sarebbe legata alla convinzione che il prossimo 6 marzo l’Opec potrebbe abbassare la produzione di petrolio e al timore che i dati sulle scorte settimanali Usa possano mostrare un nuovo calo. Tutte supposizioni che, in realtà, hanno un impatto sproporzionato sui prezzi energetici rispetto alla logica di mercato, facendone però pagarne le spese a tutti.
In un contesto di crisi dei mercati finanziari e forte volatilità dei listini azionari, i capitali mondiali si sono in parte spostati verso i beni rifugio, come ad esempio l’oro. A testimoniare tale dinamica i record toccati nelle scorse settimane dal metallo prezioso che viaggia ormai intorno ai 1000 dollari l’oncia. Una delle novità della crisi finanziaria scatenata dai subprime, causata dalla struttura irreale e sregolata di un mercato sempre più strutturato e complesso, il petrolio sembra diventato un bene rifugio ancora più vantaggioso dell’oro e gli altri metalli preziosi.
Scommettendo sul petrolio, infatti, gli stessi attori che hanno perso miliardi e miliardi di dollari per effetto delle loro pratiche speculative predatorie, cercano di arginare le loro perdite facendo pagare il conto dei loro errori all’economia reale. A differenza dei rincari sull’oro, quelli sul petrolio si riflettono pesantemente sulla collettività a livello mondiale. Le iniezioni di capitali promosse dall’azione coordinata delle banche centrali, stanno avendo l’effetto di alimentare questo meccanismo speculativo scandaloso.
Ovviamente, non se ne parla. La dinamica della formazione dei prezzi del petrolio è infatti un tasto dolente per i poteri forti dell’economia e della finanza, banche in prima fila. Presentarsi come garante della politica monetaria, forte di assoluta autonomia, è un’affermazione ipocrita della Bce, altrettanto quanto presentarsi come paladina della lotta all’inflazione. La causa principale della corsa dei prezzi è infatti il caro energia dovuto alle speculazioni, mai condannate e addirittura alimentate dalle autorità monetarie. L’operato delle banche e dei loro grandi fondi di investimento non può essere condannato quando la Banca centrale europea è una società per azione detenuta dalle banche centrali nazionali, la maggior parte delle quali detenute dalle maggiori banche private nazionali.
Speculare sul petrolio e tenere i tassi alti in modo parallelo sembrerebbe proprio una vera e propria strategia, fatta dai medesimi attori economici, per tenere nella morsa del debito gli Stati, le imprese e i cittadini. Appesantendo i bilanci degli Stati e i debiti pubblici, ridimensionando gli utili delle aziende e colpendo il potere d’acquisto dei cittadini, è infatti un modo eccellente per imporre l’usurocrazia predatoria delle banche sull’economia. La speculazione è doppia: sia a monte, sui mercati delle materie prime come il petrolio, che a valle, ovvero con i debiti distribuiti dalle banche.
Quando gli istituti di credito privati controllano una banca centrale come la Bce, come è il caso, la dinamica diventa fattibile. Se si interpretano i bollettini, i consigli e l’operato di Francoforte sotto quest’ottica, i conti sembrano tornare. La Bce non ha mai condannato le speculazioni che gravano sul petrolio, ma ha sempre definito i rincari dovuti a fattori legati alla domanda e all’offerta globale di petrolio o tensioni geopolitiche. Analizzando il contesto dei rialzi, però, entrambe sono praticamente ininfluenti visto che nessun Paese è mai rimasto senza petrolio e che i più svariati avvenimenti internazionali sono solo un pretesto per alimentare le speculazioni.
L’Eurotorre si batte aspramente contro l’inflazione, dovuta appunto alle scommesse sul petrolio, anche in un momento in cui l’economia avrebbe invece bisogno di un taglio dei tassi, tenuti invece ad un livello elevato. Francoforte incita poi a non alzare i salari per combattere l’inflazione: una presa in giro che non fa altro che ridurre il potere d’acquisto dei cittadini, obbligandoli ad indebitarsi senza riuscire nemmeno a rilanciare i consumi. Così si paralizzano gli attori economici, specialmente le grandi imprese, sia con l’alto costo del credito che con un cambio euro dollaro squilibrato, con il rischio di sacrificare la crescita in cambio della recessione.
Anche gli introiti degli Stati, con questa reazione a catena, sono ridimensionati in negativo. La Bce, esorta ad attuare politiche di bilancio che mirano a ripianare i debiti pubblici, posseduti in parte anche dagli istituti di credito, senza consigliare un rilancio della crescita tramite investimenti pubblici. Malgrado gli investimenti siano un buon modo per rilanciare l’economia e gli introiti dello Stato, e di conseguenza ripianare i debiti pubblici, questi vengono visti come un male. Lo scopo del sistema, infatti, non è quello di estinguere i totalmente debiti pubblici, ma più cha altro tenerli ad un livello tale che non siano né un pericolo che possa portare alla bancarotta degli Stati né una minaccia per gli interessi incamerati dalle banche.
Come se non bastasse, la Bri, la Banca dei regolamenti internazionali che raggruppa tutte le maggiori banche centrali pianeta, ha recentemente varato Basilea II, entrato in vigore il 1° gennaio 2008. Il nuovo quadro giuridico, tra le varie cose, sancisce nuovi meccanismi per l’erogazione del credito agli attori economici e il calcolo degli interessi. Per accedere ad un finanziamento, le aziende devono avere una buona pagella, sancita dalle società di rating. Queste ultime sono state fra la prima causa dell’opacità dei mercati finanziari, se non della manipolazione, che hanno causato veri e propri scandali finanziari come Enron, Parmalat e lo scoppio della crisi dei subprime, compilando pagelle del tutto irrealistiche delle posizioni di bilancio degli attori coinvolti. Senza dimenticare che le società di rating sono legate a doppio filo con le stesse banche, avendo il loro capitale azionario detenuto da istituti di credito privati. Il meccanismo, dunque, prevede che per erogare un prestito e determinare le sue condizioni ci si basi su valutazioni di parte.
Il conflitto di interesse è dunque alla base della morsa dell’usurocrazia. Il terremoto finanziario che stiamo vivendo, guarda caso causato da mutui ad alto rischio distribuiti a persone palesemente insolvibili ma protette da beni immobili, successivamente cartolarizzati come prodotti finanziari da smistare sui mercati, è il sintomo di un sistema marcio. Le banche, legate a doppio filo anche con la politica, fanno quello che vogliono e nessuno pensa a ridimensionare il loro potere. Anzi: le deregolamentazioni e le liberalizzazioni ampliano maggiormente il raggio di azione dell’usurocrazia.
Con i subprime, forse, si è tirata forse un po’ troppo la corda. Questo, però, non vuol dire che sia necessariamente un danno per i poteri forti dell’economia e della finanza, visto che dalle crisi c’è anche chi ci guadagna.


fonte : www.rinascita.info