Uranio impoverito, nuova Hiroshima

18 Ottobre 2007: di Stefano su primopiano, 646 letture

Dopo reiterate pressioni il ministro della Difesa Arturo Parisi è stato costretto a riferire in Senato sul numero dei nostri soldati che si sono ammalati di cancro e di quelli che ne sono morti per aver inalato le polveri dei proiettili all'«uranio impoverito» nei teatri di guerra dove sono, o sono stati, impegnati. Secondo la relazione di Parisi nel periodo 1996-2006 (che comprende l'intervento in Bosnia, l'aggressione alla Serbia, l'invasione e l'occupazione dell'Afghanistan, l'attacco all'Iraq) i nostri militari che si sono ammalati di cancro a causa dell'«uranio impoverito» sarebbero 255, i morti 37. Ma sono cifre scandalosamente taroccate, smentite proprio dall'interno dello stesso ministero della Difesa, e cioè dalla Direzione generale della Sanità militare che ha consegnato alla Commissione parlamentare d'inchiesta un dossier di 600 pagine da cui risulta che i militari che si sono ammalati di cancro in seguito al contatto con l'«uranio impoverito» sono 2600, quelli morti 173. Ma anche queste sono cifre in difetto.
Perchè non si tiene conto dei nostri militari impegnati in Afghanistan (si parla infatti di «sindrome dei Balcani e del Golfo») e perchè il cancro si palesa a medio e a lungo termine. Lo stesso Parisi è stato costretto a balbettare che "su tutta la materia regna un quadro di evidente incertezza".
Negli Stati Uniti, che hanno molti più uomini sul campo, il dramma dei militari contaminati ha assunto dimensioni ancora più impressionanti. Ma sono proprio gli americani ad usare gli ordigni all'«uranio impoverito». Perchè perforano meglio i mezzi corazzati. Ora, in Serbia l'uso di questi materiali è stato del tutto inutile perchè Milosevic aveva tenuto al riparo sia i suoi carri armati che l'esercito (e infatti i 5500 morti sotto i bombardamenti della Nato sono tutti civili, fra cui anche 500 kosovari, quelli che volevamo salvare). In Iraq sono bastati pochi giorni per disarticolare il ridicolo esercito iracheno (battuto in passato dai curdi, armati solo di fucili e di mitra, in quell'occasione Saddam fu salvato dalla Turchia). Ma il peggio è avvenuto in Afghanistan sul cui territorio, per prendere un uomo, Bin Laden, che non abbiamo preso, sono state rovesciate migliaia di tonnellate di bombe (che è come voler uccidere un moscerino sparandogli contro una palla di cannone).
E dopo, quando i talebani, riorganizzatisi, hanno ripreso la guerriglia, l'uso dei proiettili all'«uranio impoverito» è stato aberrante perchè i muhaeddin non hanno mezzi corazzati, ma utilizzano pick-up che qualsiasi normale proiettile può perforare.
Ma se l'uso delll'uranio impoverito è stato così devastante per i militari italiani, e in genere per gli eserciti occidentali, quali sono state le conseguenze sulla popolazione civile dei Paesi dove queste armi sono state utilizzate? Il militare è avvertito del pericolo, ha delle istruzioni, prende delle precauzioni. La popolazione civile no. Inoltre il militare sta sul terreno contaminato qualche mese poi torna a casa, la popolazione ci resta. Penso soprattutto ai bambini che sono i più esposti. Sia perchè più vicini al terreno, per ragioni di statura, sia perchè, come tutti i bambini (come facevamo noi nel dopoguerra) giocano con i residuati bellici, li toccano, se li portano a casa.
Secondo logica quindi gli ammalati e i morti di cancro fra i civili di Bosnia, di Serbia, dell'Iraq e dell'Afghanistan dovrebbero essere cento volte di più rispetto alle cifre riscontrate per i militari italiani e occidentali. Anche per una questione proporzionale. I militari sono comunque poche decine di migliaia, la popolazione civile si conta a milioni. Ma nessuna organizzazione sanitaria dell'Onu e nessuna compassionevole Ong si è ancora presa la briga di fare questo «screening» i cui risultati potrebbero oscurare i dati di Hiroshima e Nagasaki.


Fonte: Massimo Fini