I tiranni della democrazia

14 Ottobre 2007: di Stefano su primopiano, 662 letture

Nella sua evoluzione finale, la democrazia diventò una potente arma di legittimazione del sopruso da parte del potere. La più potente mai vista. Ci fu un tempo in cui il potere rispondeva in proprio delle scelte impopolari compiute, tenendosi pronto a fronteggiarne le conseguenze. Un aumento del prezzo della farina scatenava rivolte e sommosse. Ogni nuova imposta sui generi alimentari rischiava di sfociare nella ribellione del popolo, rendendo cauti i sovrani nell’adottare questo tipo di misure. Occorreva, per prudenza, tenersi pronti alla repressione, mobilitare le forze di polizia, esporsi ad un calo di popolarità che di certo non metteva a rischio il trono, ma sminuiva l’autorità dei governanti e rendeva più difficoltoso l’esercizio della potestà. Quando non c’era la democrazia, il popolo riconosceva il potere come altro da sé ed era capace, se non di combattere il nemico, per lo meno di rendersi conto della sua esistenza e della sua ubicazione.

La democrazia è il pretesto che ha reso invisibile il potere, liberandolo dalla responsabilità delle proprie scelte e consentendogli di operare dietro un muro di sicurezza. Il trucco è quello di scaricare sul popolo la colpa delle scelte sciagurate. Far credere al popolo, attraverso una serie di accorgimenti fittizi, che esso sia la causa della propria stessa rovina. Ogni nuova tassazione, ogni provvedimento lesivo della sicurezza economica e lavorativa dei cittadini viene fatto passare, grazie all’invenzione del teatrino democratico, per una scelta imputabile alle sue stesse vittime, anche se sarebbe fin troppo semplice smascherare l’inganno.

Con la “democrazia” al suo culmine, nessun lavoratore incolpava più il governo della propria fame: incolpava gli altri lavoratori che quel governo avevano “eletto”, un po’ anche se stesso per non aver saputo esprimere attraverso il voto una scelta migliore. La democrazia è l’arma finale con cui il potere è riuscito non solo a scongiurare ogni rischio di rappresaglia, ma anche a frantumare le schiere dei potenziali nemici. Li ha resi litigiosi e infuriati con i propri compagni, li ha costretti a rinfacciarsi in eterno errori mai commessi e scelte mai compiute, ha trasfigurato il sopruso trasformandolo in senso di colpa collettivo e in inimicizia perenne tra le schiere dei ribelli. La democrazia è un capolavoro di strategia. L’arma con cui i tiranni possono impoverire e uccidere restando nell’ombra, accusando della malversazione coloro che la subiscono.

Non c’è esemplificazione migliore di quanto appena detto del disgustoso referendum sul welfare proposto ieri dalle organizzazioni sindacali. Verrebbe voglia di definirlo una buffonata, se non fosse che esso è invece un gioco di prestigio estremamente sofisticato che non manca mai di raggiungere il proprio scopo. Il referendum era, naturalmente, un finto referendum. La materia del contendere era già stata decisa lo scorso luglio tramite un accordo stretto tra governo e sindacati. Un accordo rovinoso per i lavoratori, concluso in fretta e furia, nottetempo, senza che gli interessati avessero alcuna voce in capitolo, giustificato dalla necessità di ringraziare il “governo amico” per il denaro avuto in regalo grazie allo scippo del TFR, la cui accettazione è stata imposta d’autorità al direttivo della CGIL. Che senso ha chiedere ai lavoratori di esprimere un parere su una decisione già presa, su un accordo già concluso alla chetichella poco prima delle vacanze? Qualcuno crede davvero che questa squallida parodia di una consultazione referendaria abbia altro valore che quello di legittimare a posteriori – e con metodi assai dubbi – un tradimento già perpetrato, per l’ennesima volta, ai danni degli operai?

Non c’è nemmeno bisogno di citare i credibilissimi brogli perpetrati dalla trimurti sindacale per capire che questo referendum non vale niente. Che valore può avere un referendum su una cosa già decisa da mesi, posto in essere senza alcun controllo, senza organi di supervisione e di sorveglianza, senza autorità che certifichino l’attendibilità dei risultati, senza nessun ufficio a cui poter presentare un esposto in caso di irregolarità? Come si fa a fidarsi dei risultati proclamati da quegli stessi organi sindacali che hanno tramato con il governo all’insaputa dei lavoratori? Come si può non infuriarsi di fronte ai proclami di vittoria dei confederati, in una consultazione sulla quale lo stesso Bonanni ha ammesso, a “Porta a Porta”, di non avere alcun controllo? Come non dare di stomaco di fronte alla sfacciataggine con cui si proclama una vittoria dei “sì” contraddetta dai partecipanti alla consultazione e dagli stessi membri della sinistra di governo?

Ma sì, citiamoli i brogli perpetrati dalla trimurti, tanto per far capire alla gente che cosa sia in realtà la “democrazia”, quale sia la sua reale funzione. Scrive Gianandrea Zagato su “Il Giornale”:

Che al referendum sul welfare si potesse votare non una ma due e, perché no, anche tre volte era solo un sospetto. Adesso, abbiamo la certezza, con tanto di fotografia. Scatti di un broglio avvenuto nel seggio che Cgil-Cisl-Uil hanno impiantato a due passi da piazza San Babila e che ha avuto replay alla Camera del lavoro.

Due crocette sul pacchetto Damiano che si sommano ai 150mila voti - dato della Triplice - raccolti a Milano e Provincia nella giornata di ieri. Centocinquantamila preferenze che, naturalmente, non conteggiano i voti espressi da «una signora, casualmente seguita dalla troupe televisiva di Annozero»: simulazione di un broglio scoperto e denunciato dai confederali che vagheggiano di «tentativo di inquinamento di una straordinaria prova di democrazia sindacale» e di «attacco all’autonomia e al potere contrattuale del sindacato».

Sindacalese che, sua fortuna, Manuela non pratica. Chi è Manuela? Be’, è la venticinquenne impiegata di un’azienda tipografica che nel pomeriggio di ieri ha votato due volte (vedi foto a fianco, ndr) sotto l’occhio attento del vostro cronista e sempre presentando la propria busta paga. Busta paga leggera, «neanche ottocento euro», e sempre, anche se non richiesto, un documento d’identità.

Al primo voto, quello in piazza San Carlo, Manuela è tirata o quasi per la giacchetta. «Dài, compagna, dì la tua sul welfare» e lei - jeans, giubbetto militare e coda di cavallo - non se lo fa ripetere due volte. Documenti alla mano e, oplà, ottiene una scheda di votazione già siglata dalla commissione sindacale. Foglietto che invita a sciogliere tutti i dubbi: «favorevole» o «contrario» sull’«Accordo sottoscritto il 23 luglio 2007 tra Cgil Cisl Uil e governo su previdenza, lavoro e competitività per l’equità e la crescita sostenibile». La risposta di Manuela? «Non mi ricordo che cosa ho votato».

Va be’, anche senza conoscere il voto di Manuela il risultato comunque non cambia. Almeno così sostengono i pasdaran confederali: il referendum, dicono, l’organizzano loro e sempre loro danno il responso del test che incide sull’agenda politica del governo Prodi. Sarà, anche se nelle fabbriche, nei luoghi di lavoro si respira un’altra aria: gli eredi delle tute blu non la pensano né come Guglielmo Epifani né come i suoi colonnelli milanesi.

Dettagli senza alcuna importanza per Manuela che, attenzione, a votare ci ha preso gusto. E mentre da piazza San Carlo avvertono i dirigenti sindacali che «una troupe tv guasta la festa» - è la troupe di Annozero che in serata sarà denunciata dai sindacati milanesi - Manuela se la fa a piedi sino al seggio pubblico più vicino. Quando mancano dieci minuti alle diciassette entra al civico 43 di corso Porta Vittoria, sede della Camera del lavoro. Sì, nel cuore pulsante del sindacalismo ambrosiano, dove in due minuti scarsi presenta la busta paga, ottiene la scheda e appone un’altra crocetta. Ah, stavolta, Manuela spiega di «aver già votato» ma la bionda scrutatrice intenta a far chiacchiera con la collega di seggio non sembra dar pesa alla notizia. Evvai, un’altra prova provata che questo referendum è falso, che il voto si può truccare e senza troppi problemi.

Giochetto da ragazzi che potrebbe proseguire ancora in qualche sede dello Spi-Cgil, magari al Gratosoglio ma Manuela si è già stancata: per lei, generazione low cost, è solo tempo perso. Quello che non è, invece, per alcuni dirigenti milanesi dei Comunisti italiani che inondano il telefonino di sms con nomi e cognomi di pensionati disposti a dare il voto «ics» volte.

Anche questo un giochetto facile facile, confida un sindacalista di peso in cambio dell’anonimato: «Si sa il pensionato ha tempo, tanto tempo a disposizione e in qualche sezione sindacale di periferia dà un voto dietro l’altro». L’ultima raffica per chi è fuori dal mondo del lavoro e non s’accorge (o finge) del mal di pancia che quotidianamente esplode nei magazzini, nelle mense operaie e davanti alle macchine utensili. Malessere di un generazione che al «sì» imposto da Epifani and company risponde truccando il referendum, «tanto fanno quello che vogliono».

Chissà cosa penseranno gli operai di Mirafori di questi mirabili esempi di democrazia diretta. Chissà cosa faranno nell’apprendere che secondo i tre marpioni confederati il loro voto avrebbe dato l’avallo alla stessa politica che essi contestano da mesi davanti ai cancelli delle fabbriche. Chissà se hanno già iniziato a inveire contro i propri compagni, accusandoli dell’ennesima sconfitta, o se hanno finalmente iniziato a capire chi sono e con che mezzi operano i loro veri nemici. Chissà che non abbiano imparato, ogni volta che sentono parlare di “democrazia sindacale” e di “democrazia” in genere, a diffidare, boicottare e tenere la mano il più vicina possibile alla pistola.


di Gianluca Freda - 12/10/2007

Fonte: comedonchisciotte [scheda fonte]

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