Il graffitismo americano

01 Giugno 2005: di Valentina su arte, 23021 letture

Il graffitismo americano, sorto alla fine degli anni ’60, è un fenomeno artistico che si sviluppa spontaneamente come reazione all’industrializzazione dell’arte. Esso propone un concetto di cambiamento complessivo dell’estetica e del commercio artistico.
Inizialmente a New York si diffuse fra i giovani, soprattutto di colore e di cultura punk e new wave, la pratica di coprire di scritte e immagini realizzate con bombolette spray su convogli delle metropolitane, per poi riempire qualunque superficie dello spazio pubblico.
La traslazione da una pratica anonima e totalmente spontanea alla contaminazione con il mondo ufficiale della critica e del mercato artistico si chiarifica nel 1973 con l’esposizione alla Razor Gallery delle opere di Hugo Martinez, che aveva fondato il primo gruppo di graffitisti, l’United Graffiti Artists. In realtà, va però specificato, che il primo writer ufficialmente riconosciuto è Taxi 183, identificato, grazie all’abitudine di lasciare la sua firma su centinaia di muri.
La vera innovazione di quest' arte, sta nel supporto scelto, che non consiste più in una tela o in una tavola, ma si espande nella situazione urbana, realizzando opere chiaramente a scopo non di lucro, dunque non vendibili.
Importante è anche il targhet, il pubblico cui si rivolge, tale espressività, infatti, non necessita dell’appoggio di critici o galleristi, ma è indirizzata, in modo diretto alla massa.
Le caratteristiche di questa forma d’espressione, quali la sintesi delle immagini, l’immediatezza formale, la forza d’impatto data dai colori accesi e contrastanti, l’uso del crudo linguaggio fumettistico, creano nell’uomo comune un riadattamento percettivo forzato verso una nuova forma estetica, ciò comporta una nuova lettura della realtà, una visione critica di essa.
Il graffitismo rivolse la sua attenzione alle nuove forme di degrado urbano, sia estetico che sociale, soffermandosi in particolare ad interventi eseguiti sullo squallore periferico delle città contemporanee.
I graffiti “cantano dunque l’ideologia della strada”, così come del resto accadeva nella musica dei Sex Pistol, dei Talking Heads ieri, e dei cantanti rap e hip hop oggi; d’altronde le similitudini sono immediate, dai forti contrasti, ai segni netti, dai ritmi acidi ai testi violenti.
Il nuovo linguaggio si snoda secondo percorsi e strutture primordiali da cui nascono formule contaminate da movimenti pittorici già riconosciuti come la pop art e l’informale segnico.
Importanti interpreti del graffitismo americano furono: Keith Haring (1950-1990) e Jean- Michel Basquiat (1960-1988), che trovarono nei treni, nelle metropolitane o sui grandi muri, la superficie idonea al loro linguaggio, e il desiderio di essere in comunicazione con la città.
Il mondo figurativo di Keith Haring è volto a ridurre in forme astratte, i soggetti del mondo reale. La pop art diviene la sua scuola artistica, da cui ne colse il pedante linguaggio pubblicitario e la forza dell’immagine cinematografica e televisiva.
Haring, si arricchì, inoltre, attraverso lo studio di grandi artisti quali: Klee, Dubuffet e Pollok.
Le sue immagini risultano semplici e comprensibili a tutti; egli va alla ricerca di una sintesi che crei un linguaggio universale e che appartenga prima all’uomo e in un secondo momento all’arte, una comunicazione che racchiuda tutti i disaggi dell’essere contemporaneo.
I suoi omini sono ridotti a segni, i millepiedi, i robot, i cani meccanici, sono la sua espressione di rifiuto verso il dominio tecnologico che omologa e opprime.
Haring affermava che quel modo di fare arte costituiva l’opportunità per imparare a disegnare tra il pubblico. Questo porta il suo graffitismo ad un’esperimento sociale e psicologico simile all’happening, in cui il confronto con gli interlocutori è un elemento obbligatorio.
Riferendoci invece alle opere di Jean-Michel Basquiat, esse nascono dall’influenza di diversi elementi: dall’arte infantile all’art brut di Debuffet, da De Kooning, Cy Twombly alla pop art.
Sono lavori spontanei e dalla poderosa forza segnico-gestuale, in cui compaiono figure primitive, frasi sparse, e formule scientifiche, che si miscelano su sfondi policromi.
Queste sue magnifiche espressioni sono un sunto della New York sotterranea, quella che lo stesso Basquiat viveva, il resoconto delle sue radici e dell’esperienza multietnica e hip-pop; sono lo specchio della caotica realtà della vita di strada, sempre firmate SAMO, ovvero “same old shit” (la solita vecchia merda).