300x250_visio_online_02

Il Surrealismo di Salvator Dalì


29 Dicembre 2005: di Valentina su arte, 8696 letture

Alla ricerca di una realtà non visibile, tanto profonda e oscurata dalla razionale coscienza, il Surrealismo, movimento d’avanguardia che vede i suoi natali in Francia nel 1924, ricevette, un sostanzioso impulso, dalle teorie psicanalitiche di Sigmund Freud.
L’interpretazione dei sogni, i lati bui dell’inconscio, gli automatismi legati ad esso, come gli stadi di trance, furono i pilastri portanti del manifesto surrealista edito da Andrè Breton (1896-1966), teorico scrittore e portavoce del movimento.
Gli artisti e gli scrittori che aderirono, furono mossi dalla fervida convinzione che oltre alla realtà visibile, esistono diverse dimensioni di esperienza, il già citato “sogno” e gli stati che realizzano immagini allucinatorie. Si studiarono gli aspetti celati della coscienza, la sua comprensione irrazionale, incomprensibile ai parametri della “normalità”. Secondo lo stesso Breton, le immagini dovevano essere tracciate in modo diretto, prive di filtri razionali, attraverso una sorta di “scrittura o pittura automatica”, al fine di liberare gli strati più profondi dell’inconscio. Il sogno, la visione al limite dell’allucinazione, furono considerate realtà parallele che descritte originavano immagini inconsuete e sorprendenti.
Tra i tanti si distinse l’opera di: Joan Mirò, che fu sempre legato ad un linguaggio segnico e solare come la terra di Spagna da cui proveniva; Max Ernest, che raffigurò spesso paesaggi anomali e desertici, caratterizzati da una dimensione di atemporalità; all’accostamento di improbabili immagini si dedicò Renè Magritte; dipinti fermi, immobili dove oggetti e personaggi sconnessi tra loro sono figurati con una precisione tecnica quasi fotografica e che per tale freddezza trasmettono all’osservatore un senso di profonda inquietudine; Frida Kahlo che riprodusse spesso se stessa in scene di cruda immaginazione, emanando la sensazione di sgomento tipica dell’incubo e simultaneamente, proponendo un ripiegamento su se stessa tanto da comunicarci la dolcezza e la volontà dell’autocomprensione.
Il surrealismo può essere diviso in due indirizzi fondamentali; quello di figurazione non naturalistica, dove primeggiano segni e simboli, e quello a figurazione naturalistica dove emergono comunque le immagini visionarie del sogno.
A quest’ultimo approdò nel 1929 lo spagnolo Salvator Dalì, che crea opere in cui gli oggetti o i personaggi del mondo reale si accostano tra loro in modo del tutto inconsueto, paradossale. In molti dipinti di Dalì , assistiamo alla deformazione straziante di oggetti o parti del corpo, effigi inserite in contesti anomali dove si mette sempre in evidenza una malinconica linea d’orizzonte, pressante e angosciosa; il risultato per il fruitore è eccessivamente inquietante poiché la realtà descritta risulta oltremisura ambigua e assurda.
La ricerca artistica di Dalì si orientò verso un’attività “ paranoica-critica”, eretta , come egli stesso scrisse, su “ un metodo spontaneo di conoscenza irrazionale basata sull’associazione interpretativo-critica dei fenomeni deliranti”. Questo lo condusse a trasporre sulle tele, con maniacale precisione le immagini dell’irrazionalità completa: rocce antropomorfe, statue, oggetti innaturalisticamente deformi.
Del resto Dalì non ebbe un’infanzia facile, in seguito ad una serie di avvenimenti veramente “allucinogeni”, sui quali la sua sensibilità si bloccò per sempre, impedendo precocemente la normale evoluzione della sua personalità, e facendo sfociare il tutto, in età adulta, in accentuati deliri d’onnipotenza.
Avvenne infatti che, tre anni prima della sua nascita, un altro piccolo Dalì di sette anni, morisse di meningite. I due bimbi si somigliavano come gemelli. I genitori, disperati e disperatamente fissati sul primo Dalì, commisero l’errore di dare al piccolo nascituro, lo stesso nome del bambino morto, e nell’austera e greve camera dove il piccolo Dalì dormiva, troneggiva sul muro una grande foto del Dalì morto, e il piccolo Salvator lo ammirava affascinato da tutto ciò che sentiva raccontare di lui ogni giorno. Nonostante il padre fosse ateo e settario, accanto alla foto del piccolo defunto, appese l’effigie di un altro cadavere: una copia di Cristo crocifisso del Velàzques. E non è improbabile che la madre spiegasse al piccolo Salvator che il fratellino fosse salito in cielo per raggiungere il cadavere crocifisso. Ecco che il pittore finì effettivamente con l’identificarsi col fratello morto e con il Cristo che ascende al cielo.
L’opera forse più conosciuta dell’artista è “Persistenza della memoria”, (Gli orologi molli) del 1931. Qui osserviamo un paesaggio in cui si staglia la netta linea d’orizzonte, su un cielo indefinibile e un mare inrealisticamente piatto, a destra delle rocce illuminate da una luce di dubbia provenienza, e in primo piano, sulla terra un essere antropomorfo e degli orologi che sembrano liquefarsi.
Freud descrisse il funzionamento generale della psiche con due semplici concetti, il “principio di realtà” che indica l’adattamento all’ambiente circostante, e il “principio di piacere”che tende sempre a sostituirsi al primo.
Per Dalì gli orologi, in quanto congegni di misurazione uniformata, rappresentano il “principio di realtà”, mentre il loro aspetto deformabile, quasi commestibile, appartiene al “ principio di piacere”. Inoltre nelle sue tele esiste sempre un nesso tra la percezione del tempo e la spazialità, dunque gli orologi che si sciolgono nello spazio, riconducono allo scorrere del tempo come luogo della memoria che sfuma in lontananza, così come l’orizzonte, in cui s’insinua l’inesplicabile e che determina a livello inconscio l’esperienza del presente.